Sault e i campi di Lavanda

14 Agosto 2022
Sault e i campi di lavanda

«Campi di lavanda?» ripete Marion «Dovete andare subito, tra poco non ci sarà più nulla!»

Mi consegna una cartina, la consultiamo insieme. 

«In zona Sault dovresti ancora trovare qualcosa…»

 

L’itinerario di oggi prevederebbe la visita a Isle sur la Sorgue ma prima di partire, quasi per scrupolo, chiedo a Marion di contattare l’ufficio del turismo di Arles e verificare in quale zona a nord si possano ancora trovare dei campi di lavanda. So che il periodo non è ottimale, avrei dovuto essere qui tra fine giugno e metà luglio ma sarebbe un peccato trovarsi in Provenza e mancarla totalmente.

 

Chi segue il mio lavoro sa quanto poco mi appassioni la pura fotografia paesaggistica. Quando si tratta di mettere al collo la macchina fotografica e compiere una scelta, quella scelta ricade sempre su altro. Mi affascina l’idea che i luoghi vivano attraverso le persone che li abitano e che attraverso quelle persone vadano raccontati.

 

Ad intervallarsi oltre il vetro del finestrino, immense distese di viti, frutteti e campi perfettamente arati. La voce di Charles Aznavour accompagna il breve tragitto e la successione di curve che si alternano come i pensieri. S’imparano molte cose vivendo, una delle più importanti è attraversare. Ed amare le pieghe, i contrattempi, i cambi di fronte. Persino le tempeste. Ci si aggrappa a tutto come naufraghi ad una zattera di legno malandata. Hic et nunc. Qui ed ora. Non esiste nient’altro che il presente, nulla che conti più del godersi ciò che di bello accade quando accade. E non è certo un esercizio da niente…

Marion aveva ragione, ancora poche ore e avrei mancato questa meraviglia. La luce è meno intensa rispetto a qualche ora fa e sagoma ogni cosa con toni caldi. Ci sono altri turisti come me sul ciglio della strada ad ammirare il panorama. Quasi tutti tengono tra le mani i loro cellulari pronti ad immortalare ogni angolo. Hanno fretta, si muovono veloci, i loro pollici non vogliono saperne di staccarsi dallo schermo dello smartphone.

 

Aspetto che se ne vadano tutti prima di addentrarmi in uno degli ultimi campi di lavanda rimasti in tutto il dipartimento. Probabilmente non è del viola acceso che avrei ammirato qualche settimana fa ma è comunque meravigliosa. Un profumo intenso, persistente. Come certi ricordi, come certe sensazioni. Il contrasto con il cielo azzurro è tanto pittoresco da sembrare quasi finto. E poiché la mente è un baule di ricordi, una sovrapposizione di strati che si muovono in cui non esiste presente o passato, penso a mia nonna. La sensazione che in qualche modo lei stia viaggiando con me non smette di abitarmi e questo pensiero è il bagaglio leggero, piacevole e rassicurante che mi porto dietro. O meglio, dentro.

Il piccolo borgo di Sault, abbarbicato su uno sperone di roccia nel dipartimento di Vaucluse, è silenzioso e odora di pane. C’è un piccolo forno dove vengono prodotte baguette, croissant e pain su chocolat indimentabili. Le botteghe sono già aperte, tutto qui racconta della magia di un fiore incantevole, dal profumo persistente e delicato al tempo stesso. Ogni cosa, percorsi turistici, festività, ruotano attorno alla coltivazione della lavanda. Il borgo è un gioiello, custode di piccole meraviglie, e baciato da un sole onnipresente.

 

Attraverso una pittoresca strada lastricata di enoteche, boulangeries e caratteristici cafè che scende dolcemente. Al centro della piazza c’è una chiesa e una fontana medioevale. Tutt’intorno fioriscono gerani. La proprietaria di una piccola bottega di prodotti tipici si avvicina, vuole fare qualche coccola ad Oliva, il mio cane. E Oliva non vedeva l’ora.

 

«Posso entrare?» chiedo.

La signora mi fa strada. Il piccolo negozio è arredato in stile provenzale, l’aroma di lavanda è inconfondibile. Il pavimento è rivestito con vecchie tavole di legno ormai usurate. Superato l’atrio si ritrova in uno stanzone suddiviso in corsie e c’è un’altra cosa che mi colpisce su tutte: il crepitio tipico del vinile e la voce di Edith Piaff.

 

«E’ l’Hymne à l’amour, vero?»

La signora sorride. «E’ un po’ troppo giovane per conoscere questa canzone…»

«Mi piace la musica francese».

«E’ stato registrato al Versailles, un ristorante francese molto rinomato a New York. La prima volta che Edith Piaf si esibì lì fu nel 1947. Allora nessuno conosceva la malinconia della sua voce».

 

 

Chiudo gli occhi, è una musica senza tempo quella in cui si riescono a percepire così nitidamente i sentimenti che attraversano l’animo dell’artista. Vorrei fermarmi qui e continuare a parlare di musica con la signora ancora per un po’ ma è quasi mezzogiorno e i turisti iniziano ad addentrarsi all’interno del borgo. Aspetto solo che finisca la canzone per sussurrare quel “dieu réunit ceux qui s’aiment” (Dio riunisce coloro che si amano) che ogni volta mi strizza il cuore.

 

 

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