A NEW BEGINNING – IL SUONO DOPO IL SILENZIO

23 Dicembre 2021

A NEW BEGINNING

IL SUONO DOPO IL SILENZIO

Chiude gli occhi, Roberta, mentre le mani si posano sul pianoforte.

 

Un modo per astrarsi, forse, una breve pausa che separa la fine degli applausi dal silenzio che precede la prima nota. Un breve sospiro, come a ricordare a se stessa che la cosa più difficile di ogni viaggio è sempre compiere il primo passo. Il resto, lo si impara camminando. I musicisti si scambiano un’occhiata di assenso imbracciando gli strumenti – violino e violoncello – mentre Roberta riprende a suonare.

 

Un viaggio senza mappe geografiche o bussole ad indicare la via. Un viaggio in cui, per essere trasportati altrove non occorre accumulare chilometri né fare i conti con la geografia. È sufficiente la musica.

 

“A new beginning – il suono dopo il silenzio” è un sentiero che conduce diretto dentro al suono.

«In fondo, se in origine eravamo dei suoni,» recita Roberta, citando una frase del maestro Morricone «mi pare bello pensare che torneremo ad esserlo».

Questo è il ritorno. Dopo lo smarrimento e la paura. Le canzoni cantate dai balconi, i teatri vuoti. Gli striscioni alle finestre, l’eco assordante delle sirene delle ambulanze. Dopo la solitudine, per alcuni atroce, per altri una preziosa dama da compagnia.

Le dita di Roberta tracciano strade, i suoni suggeriscono percorsi. Sono moti da luogo e moti a luogo. Dal profondo di se stessi al pubblico che ascolta. Una vibrazione delicata ma precisa che saprebbe frantumare un cristallo. È il suono che non squarcia il silenzio ma lo accompagna, un passo alla volta, una nota per volta, verso una nuova dimensione.

 

Una signora nel pubblico si asciuga una lacrima, sospirando come una vecchia locomotiva a carbone, a sgravare il cuore di qualche peso di troppo rimasto sospeso.

«Quanto può essere pesante l’anima…» sussurra.

Capisco. Perché ognuno, qui, è arrivato nel proprio tratto di strada. Chi in pace, chi in piena tormenta. Ogni nodo ha la sua tensione e se la musica non ha il potere di scioglierli, può però, aprire spiragli.

 

L’ho capito col tempo. Il segreto di un fotografo non è né l’occhio né la macchina fotografica. Sono le scarpe. Occorre indossare quelle giuste per riuscire a camminare con discrezione, sul bordo delle vite degli altri. E mentre Roberta suona, ripercorro passi, rivedo volti. So come rimanere verticale di fronte al dolore, è la prima cosa che insegnano a chi si occupa di foto-giornalismo. Ma non voglio farlo. Perché ogni cosa va attraversata. E perché di tutto quell’inferno, questa musica è il solo ricordo bello che mi rimane. Un apapacho, come direbbero in Messico. Abbracciarsi con l’anima.

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