IL PADIGLIONE 8

30 Novembre 2020
IL PADIGLIONE 8

Da qualche tempo, i sette gradini – quei “famosi” sette gradini – sono diventati venti prima che il respiro si faccia corto. Una rampa intera di scale senza fare una sosta non è ancora auspicabile ma ci vuole pazienza, tempo. Elogio della lentezza. Me lo ricorda ad ogni chiamata la dottoressa Nichetti dell’ATS Valpadana quant’è importante in questa fase non stressare il fisico.

 

Ci sono giorni in cui tutto sembra rientrato, niente dolori a muscoli e ossa, niente senso spossatezza. E poi ci sono giorni, tipo oggi, in cui persino tenere in mano il telefono per più di due minuti diventa troppo faticoso e le braccia iniziano a far male. Giorni in cui il tragitto dal divano al tavolo di casa – poco più di due metri – sembra interminabile. Sarà, poi, che rallentare non è semplice in un tempo che ci chiede d’essere sempre pronti, scattanti, connessi.

 

E se quell’andare, andare, ancora andare, e riempire i giorni di cose da fare, equivalesse in qualche modo a scappare? Dai pensieri, dai nodi più faticosi da sciogliere. Da se stessi. Il Covid invece obbliga ad una sosta. Anzi, ad una fermata e pure piuttosto brusca. A giorni d’immobilità, ad un corpo improvvisamente fragile. 


Immaginavo diverso il Padiglione 8 e il suo personale. Immaginavo gesti meccanici, azioni consolidate e ripetitive, sempre quelle da mesi. Ho trovato altro, molto altro.

Ieri, come ogni sabato mattina da quattro settimane a questa parte, la mia sveglia era puntata alle sette e trenta. Ho infilato i pantaloni della tuta perché ai jeans non sono più abituata, sneakers e giacca a vento. Con quel filo di diffidenza nel varcare la soglia di casa e riaffacciarmi ad un mondo che non vedo da ormai un mese, ho acceso la radio. “La sera dei miracoli” mi accompagnava mentre gli occhi, faticosamente, si abituavano al deserto intorno.

 

Immaginavo diverso il Padiglione 8 e il suo personale. Immaginavo gesti meccanici, azioni consolidate e ripetitive, sempre quelle da mesi. Lo immaginavo un luogo triste questo Padiglione 8, un andirivieni di persone e poco senso di familiarità. Ho trovato altro. Molto altro. Una bambina che sognava di rivedere il nonno attraverso un cannocchiale chiesto in dono a Babbo Natale, un bimbo che insieme alla nonna giocava con la nebbia ad immaginare tutto ciò che non poteva vedere. Quell’anziana signora preoccupata più dei capelli non troppo in ordine e delle ciabatte da casa per i piedi gonfi, che del virus in sé. Ho respirato un profondissimo senso di empatia e gentilezza, quella di Monica e dei suoi colleghi, della dottoressa Elena Nichetti dell’Ats Valpadana. E poi, la gratitudine. A quella di tutti coloro che sono passati per di lì, si aggiunge anche la mia.

 

Quello di sabato è stato il mio ultimo tampone, ma allora, non potevo saperlo. Ed è stato un bene che abbia scattato queste immagini. Perché i volti di queste persone, non si perdano, col tempo, nei grovigli della memoria.

 

 

 

 


 

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