QUANT’È LONTANA LA LUNA?

23 Novembre 2020

QUANT'E' LONTANA LA LUNA?

Ho portato il lettore musicale con me questa mattina pensando che avrei avuto tutto il tempo per ascoltare almeno un paio di brani del best of di Dalla e invece alle 8.30 il Padiglione 8 dell’Ospedale Maggiore di Cremona è pressoché deserto. Prima di me, solo una giovane mamma con la sua bambina. Canticchiano una filastrocca sull’autunno per ingannare il tempo.

 

 

«Mamma, quell’aereo sta andando sulla Luna?» chiede la piccola, seguendo con lo sguardo la traiettoria di un aereo che pare attraversare davvero lo spicchio di luna che ancora si riesce a vedere.
«No, Nina, nessun aereo può atterrare sulla luna.»
«Uffa, peccato.»
«Perché?»
«Così…» fa spallucce.

 

 

Nel frattempo consegno i documenti all’infermiera all’ingresso. Ormai conosco l’iter, compilo il modulo e raggiungo il corridoio.

 

«Lei è la fotografa dell’articolo uscito la settimana scorsa, vero?» mi domanda una signora bardata nel suo camice blu. Gli occhiali maculati nascondono occhi buoni in grado di far sembrare familiare persino un luogo come questo. « L’ho riconosciuta dalla macchina fotografica, ho letto il suo racconto e mi sono commossa.»
Tergiverso come posso, la butto sul ridere, i complimenti mi mettono in difficoltà. «Mi sa che oggi sarò a corto di storie da raccontare, non c’è praticamente nessuno!»
«Non dica così, magari prima di andare via, capita qualcosa!»

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Nina alza lo sguardo. «Quant'è lontana la luna?»
«Parecchio.» sorride la nonna.
«Allora mi serve un cannocchiale. Così posso vedere lassù che cosa fa il nonno.»

Ultima stanza a destra, solita sedia accanto alla finestra, solito tampone passato in bocca e nelle narici, solito fastidio, solite lacrime che scendono giù. Saluto l’infermiere con un arrivederci, il mio pessimismo leopardiano mi suggerisce che la prossima settimana ci rivedremo. E mentre esco, mentre scendo dalle scale, nel piccolo giardino del retro, rivedo quella bambina – Nina – per mano alla sua mamma. Tiene stretto l’attestato di coraggio che le infermiere regalano ad ogni bambino subito dopo il tampone. Ad aspettarla davanti al cancello d’uscita, c’è la nonna. Ricorda un pò Vanessa Redgrave con quei capelli lunghi e bianchissimi raccolti dietro la nuca da un fermaglio.

 

 

«Sono stata coraggiosa!» dice Nina.
La nonna sorride. «Non avevo dubbi!»
«Ho anche deciso che regalo chiedere a Babbo Natale!»
«E cosa vorresti?»
«Un cannocchiale!» la bimba alza lo sguardo verso il cielo. «Quant’è lontana la luna?»
«Parecchio.»
«Allora mi serve proprio un cannocchiale. Così posso vedere lassù che cosa fa il nonno.»
La voce della nonna è meno sicura mentre massaggia la fede d’oro appesa ad una catenina che spunta fuori dal suo cappotto. « Hai già scritto la letterina?»
«No, la scrivo stasera ma tanto so che Babbo Natale me li porterà. Due cannocchiali, uno per me e uno per il nonno così non si sentirà solo e non penserà che mi sono dimenticata di lui!»

 

 

Vorrei avvicinarmi a Nina e dirle di non preoccuparsi, la malinconia è un sentimento che prova solo chi ama tanto la vita. Le direi che anch’io prima di andare a dormire cercavo la luna e che crescendo ho scoperto un posto molto più vicino in cui addentrarsi per ritrovare chi se n’è andato. Dentro. Quel luogo, certi giorni, è caldo e rassicurante quanto la fiamma di un camino, altri non riesce a lenire quell’assenza che non si può colmare nemmeno volendo. Le direi che alla sua età ho scritto una lettera e di nascosto l’ho infilata nella cassetta rossa del paese accanto alla tabaccheria sperando che qualcuno la recapitasse al nonno. Le direi che l’idea del cannocchiale è straordinaria e che uno dei talenti dei bambini è quello di saper mettere le toppe a tutto ciò che appare malandato, strappato come la tela dei pantoloni dopo una caduta.

 

 

È l’arte più preziosa quella del saper aggiustare la realtà. Ed è ristoro, sollievo, un balsamo delicatissimo in questo tempo così profondamente ferito.

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