QUANDO IL COVID ENTRA IN CASA

8 Novembre 2020
QUANDO IL COVID ENTRA IN CASA
La comparsa del primo sintomo, l'attesa per l'esito del tampone che risulta positivo, infine l'isolamento.

 

“Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare. Un tempo sognato che viene di notte ed un altro di giorno, teso come un lino a sventolare”

 

 

Ascolto Ivano Fossati ogni volta che sono in cerca di bellezza e lo faccio anche questa mattina. E’ il 7 novembre, il mio decimo giorno d’isolamento fiduciario. Il cielo non lascia trapelare nemmeno un filo di luce a scaldare le ossa e illuminare certi pensieri ma lascio comunque le finestre aperte. Imparo a riconoscere così, dalla mia stanza al secondo piano, che rumore fa la vita degli altri. I cancelli delle case che si aprono, l’abbaio di qualche cane, il ticchettio della cazzuola degli operai che sistemano i tombini pericolanti del marciapiede. Niente televisione, niente giornali, frequento poco persino i social. Sono stanca dei toni allarmisti, di ascoltare numeri, curve di crescita di contagi, teorie complottiste, lamenti.

 

Potrei farlo anch’io, certo, perché sono stata prudente rispettando protocolli e regole, eppure, questo virus se n’è fregato insinuandosi in casa mia, nella vita della mia famiglia. E il lavoro bloccato per la seconda volta in pochi mesi. Potrei lamentarmi, dunque, ma ho imparato molte cose in questi ultimi due anni. La prima è che – benché ci abbiano fatto credere il contrario – non esistono sentimenti buoni ed altri cattivi. La rabbia, classificata erroneamente nella categoria dei sentimenti malevoli, se bene utilizzata, può diventare risorsa preziosa, benzina ad accendere speranze.

 

Tutto ha inizio lo scorso giovedì, mia madre che si sveglia la notte con i brividi e il termometro che segna una temperatura di trentotto gradi. Febbre scesa poco dopo senza uso di farmaci e – per ora – mai più tornata. Cos’ho provato in quel momento? Difficile da dire. Incredulità, paura, sconforto. Il tempo delle domande: sarà Covid o un’influenza normale? L’attesa di qualche giorno, poi tampone ed esito positivo. E da quel momento, sono qui, nella mia stanza, in isolamento fiduciario come richiesto dal protocollo e dal dottor Poli, il medico dell’ATS dell’Ospedale di Cremona con cui sono in contatto.

 

 

“Come si sente?” mi chiede giovedì.
“Sintomi?”
“Nessuno.” rispondo.
“Quanti siete in casa?”
“3.” mi correggo. “4 se consideriamo il cane.”
“Allora devo chiederle il codice fiscale.”
“Mio o del cane?”
Lo sento sorridere. “Fortuna che qualcuno riesce ancora a scherzare!”

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I cancelli delle case che si aprono, l’abbaio di qualche cane, gli operai che sistemano i tombini pericolanti del marciapiede. Imparo a riconoscere così, dalla mia stanza al secondo piano, che rumore fa la vita degli altri.

In realtà la situazione non è semplice e la tendenza al lamento è una parte – fastidiosa – di me che cerco di ricacciare indietro ogni volta che pare imboccare la strada giusta e annebbiare tutto il resto. Non sempre sono così brava da riuscirci.

 

Le giornate trascorrono lentamente tra fotografie di quotidianità, messaggi di lavoro, qualche videochiamata, articoli da scrivere, amici che passano a portare giornali e spesa, altri semplicemente che saluto dalla finestra. Una somma di piccole cose. La noia si fa sentire, i momenti di sconforto, pure, ma il mio cervello è impegnato in quell’esercizio tutt’altro che scontato (ma necessario) del concentrarsi più sul dentro che sul fuori. 

 

Crescere è faticoso, lo è scendere dall’ideale al Pianeta Terra. Qui, nel tempo in cui “diventare grandi” non equivale a scrollarsi di dosso le paure rispedendole al mittente, anche se di pacchi indesiderati ne abbiamo pieni gli armadi. Diventare grandi, al contrario, è camminare di fianco alle proprie fragilità accompagnandole lungo la strada fino a quando è necessario. Per noi e per loro. Si traduce nel riconoscere gli spigoli del carattere, e, se si è fortunati, smussarli quel tanto che basta perché urtandoli non graffino troppo la pelle. È lasciar cadere qualche maschera e qualche ponte di troppo messo tra sé e gli altri. E’ ricordarsi di quel bambino che ci abita dentro e di cui, per qualche ragione, abbiamo smesso di occuparci. Perché così è la vita, perché così siamo abituati a fare. A guardare avanti, sempre avanti, dimenticando che esiste un prima, un durante e un dopo.

 

E’ la regola dei surfisti: l’onda non si scansa, si cavalca. O, per meglio dire, si attraversa. Crescere è riconoscere che siamo noi, giudicanti e severi, il nostro peggior nemico. Che assolvere gli altri, chissà perché, è sempre più conciliante del perdonare se stessi. E poi basta, basta credere a chi dice che sognare è roba per bambini. Crescere non è mettere da parte i sogni ma, semmai, scegliere con più cura quelli a cui dare luce. 

 

“Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare. Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare”

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