NON SI SMETTE MAI D’ESSERE MADRI

2 Novembre 2020

 

NON SI SMETTE MAI D’ESSERE MADRI

 

 

 

 

C’è una cosa che mi ha insegnato il maestro del reportage Angelo Cozzi quando l’ho conosciuto ed è l’importanza della scelta delle scarpe per un fotografo. Avevo 25 anni, una laurea in tasca e una partita iva appena aperta quando ci siamo incontrati, e io, accompagnata dalla perenne sensazione d’essere una formichina di fronte ad un gigante del mestiere, me ne guardavo bene dall’avvicinarmi. È stato lui a farlo, a scegliere di accompagnare proprio me e nessun altro dei presenti a visitare la sua mostra. Tra uno scatto e l’altro, il racconto dei reportage di guerra, il ricordo dell’Hotel Bonaparte a Parigi accanto alla libreria specializzata in fotografia dove aveva comprato le prime edizioni di Bresson, Jonesco, i ritratti a Carla Fracci, il matrimonio improvvisato a Cuba. Una mente lucidissima e uno sguardo vivo a dispetto di quel documento d’identità che alla voce data di nascita recitava “classe 1934”.

 

 

“Sai qual è il segreto di un fotografo?” mi chiese ad un certo punto.
“Il suo occhio?” risposi io, titubante.
“Lo sai anche tu che è una banalità.”
“La discrezione?”
“Le scarpe.” disse lui. “Scegli sempre le più silenziose, il trucco è lì: le persone devono sapere che ci sei ma né vederti né sentirti.”

 

 

Ripenso a questa chiacchierata mentre scendo le scale della Fondazione Dopodinoi, una realtà nata dall’impegno di un gruppo di famiglie con figli disabili per garantire loro un luogo e una prospettiva di autonomia quando loro non ci saranno più. Sono qui per Riflessi, il magazine con cui collaboro, ed è un giorno di festa in Fondazione, i muri verdi della stanza sono addobbati con palloncini colorati e uno striscione con scritto a caratteri grandi “BENVENUTI”.

 

Le sneakers che porto ai piedi non sono particolarmente accattivanti sul piano estetico ma dalle prove fatte con il parquet, sono risultate senza dubbio le più silenziose.  Mi muovo lentamente, nessuno dei  presenti mi conosce, solo il Presidente che spero con tutto il cuore non abbia la malaugurata idea di presentarmi per non rischiare che i presenti vedano le mie guance accendersi come quelle dei bimbi colti ad infilare di nascosto le dita nel barattolo della cioccolata. L’angolo della stanza in cui mi trovo è una quinta privilegiata ed è da qui che osservo una signora anziana entrare a passo lento. Un metro e cinquanta o poco più, capelli bianchi perfettamente in ordine, al dito un paio di anelli e tra le mani un bastone a reggere le gambe certamente meno sicure d’un tempo.

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La cifra del rispetto quando si cammina in punta di piedi sul bordo delle vite degli altri. Ciò che rimane sulla pellicola è solo la traccia, ma porta con sé tutto questo. Anche per chi non c'era, in quelle scarpe, ma è come se fosse lì"

È osservando lei che il mio servizio fotografico, d’un tratto, diventa altro. Non so cosa di preciso, ma altro. Mi sento impietrita, quasi fuori posto mentre vedo questa madre di ottantacinque anni che potrebbe godersi in pace la sua vecchiaia, reclamare attenzioni, tirare il fiato e non se lo può permettere perché il figlio di sessantadue anni affetto dalla sindrome di down, resta sempre e comunque il suo bambino. E quel bambino si aggrappa ancora a lei, chiede ancora di lei, della sua mamma, per quelle fitte allo stomaco che non se ne vanno. Le sue mani, seppur stanche, hanno ancora il potere di calmargli il respiro, quel tocco che non tradisce e che rassicura, un balsamo per ogni ferita. La madre, posa il suo bastone a terra e lentamente si stende accanto a lui. Gli accarezza il viso, gli sussurra qualcosa all’orecchio che non riesco a sentire. Piano, sottovoce, e lui a poco a poco si calma. E’ proprio vero che non si smette mai d’essere madri.

 

Sono qui per fotografare e quasi non riesco a farlo. Sono qui con le mie scarpe comode a un passo di distanza. La giusta distanza. Me lo ricorda Lidia, un’amica giornalista, che “la magia di essere invisibile è proprio questa. E non è sottrazione di valore ma una finestra spalancata, la cifra del rispetto quando si cammina in punta di piedi sul bordo delle vite degli altri. Ciò che rimane sulla pellicola è solo la traccia, ma porta con sé tutto questo. Anche per chi non c’era, in quelle scarpe, ma è come se fosse lì.

 

Clicca qui per leggere il servizio di Riflessi dal titolo “La sua vita dopo di noi”

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