“Noi ci siamo sempre stati”

22 Marzo 2019
CRISTINA PILATI
NOI CI SIAMO SEMPRE STATI

 

 

Se cʼè qualcosa che il Covid ha insegnato a tutti quanti, quella cosa è senzʼaltro riconoscersi attraverso gli occhi. Possono sorridere oppure raccontare tuttʼaltro. Dolore, paura. Questa immagine, lʼimmagine degli occhi umidi di Cristina, infermiera della rianimazione dellʼOspedale Maggiore di Cremona, sono il riassunto di oltre due mesi vissuti in prima linea.

 

“Ho avuto la percezione che la situazione fosse veramente grave il venerdì successivo alla comunicazione del paziente zero a Codogno. Ero stata chiamata ad aiutare i colleghi in Pronto Soccorso e quando sono arrivata, regnava il caos totale. Eravamo già al collasso ed era solo il primo giorno. Pazienti ovunque, in ogni angolo e la sensazione che ci si stesse sgretolando il terreno sotto i piedi. Dopo tre giorni, la notte tra domenica e lunedì, abbiamo ricevuto il primo paziente Covid che arrivava dal reparto infettivi.”

 

È lucidissima Cristina mentre racconta, ogni ricordo è unʼimmagine e ha una consistenza precisa, densa quanto una tavolozza di colori ad olio. Qualcuno parla di loro come di eroi, eroi diversi da quelli a cui siamo abituati. Non hanno mantelli magici o super poteri, sono esseri umani fatti di parti, forti e fragili a seconda dei momenti e dei ruoli, che ammettono di avere paura ma che, la paura, hanno imparato a guardarla in faccia, dritta negli occhi.

 

 

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Solo dal nostro reparto sono stati trasferiti oltre settanta pazienti, quelli che invece non potevano affrontare il trasferimento, restavano qui. Credimi, non esagero quando dico che a Marzo, in terapia intensiva, abbiamo visto praticamente solo persone morirci davanti agli occhi”.

 

“Certo che ho paura, ce lʼho sempre ma quando lavori cambia la priorità. Dal punto di vista emotivo è stato complicatissimo, in rianimazione normalmente abbiamo allʼincirca 8 pazienti, in quei giorni invece ci siamo ritrovati a gestirne 55. Mettevamo i letti tra i letti, cʼera il letto 1, lʼuno bis, il 2, il 2 bis e così via. Abbiamo aperto stanze che erano adibite a tuttʼaltro, subito dopo sono state aperte le camere operatorie per altri venti pazienti, la post intensiva della neurochirurgia ed erano altri sette pazienti, tutti intubati, e poi lʼunità coronarica con circa sei pazienti.”

 

Vorrei poterle dire che capisco esattamente ciò che mi sta raccontando ma io non ero lì e benché lo spirito dʼimmedesimazione non mi sia mai mancato, questo è stato senzʼaltro uno tsunami diverso dagli altri. E non basta vedere scene dalla televisione o leggere notizie dai giornali per comprendere fino in fondo. 

 

“Ogni volta che chiudo gli occhi, penso ad una scena. Era metà Marzo, lʼapice del Covid allʼOspedale Maggiore. Era andato in tilt il sistema di ossigeno e i nostri ventilatori funzionano tutti quanti con un elevato dosaggio. Abbiamo tamponato come potevamo collegando tutti i pazienti alle bombole dellʼossigeno ma ad un certo punto anche quelle stavano finendo. Cosa accade in quei momenti? Analizzi tutte le soluzioni possibili in una frazione di secondo, chiami le associazioni chiedendo rifornimento ma quando scopri che anche loro ne sono carenti, realizzi che non forse non ce la farai, che tutto ciò che manca è il tempo. Ricordo di aver detto ai colleghi “ragazzi, facciamo qualcosa, qui muoiono tutti!”. Il pensiero di dover scegliere chi far vivere e chi lasciar andare è terribile, disumano. Chi ha più chance, chi meno? Ho imprecato,non sai quanto e te lo confesso, ero così arrabbiata che ad un certo punto ho pensato “Signore, ti prego, se ci sei fai qualcosa perché questo non lo possiamo sopportare!”

 

Si asciuga una lacrima, Cristina.

 

“Ho pianto tantissimo, al lavoro, a casa, piango anche ora. In quel periodo di notte non riuscivo a dormire, se mi addormentavo ero talmente stanca che sognavo di essere ancora al lavoro. Solo dal nostro reparto sono stati trasferiti oltre settanta pazienti, quelli che invece non potevano affrontare il trasferimento, restavano qui. Credimi, non esagero quando dico che a Marzo, in terapia intensiva, abbiamo visto praticamente solo persone morirci davanti agli occhi”.Cristina. “Ho pianto tantissimo, al lavoro, a casa, piango anche ora. In quel periodo di notte non riuscivo a dormire, se mi addormentavo ero talmente stanca che sognavo di essere ancora al lavoro. Solo dal nostro reparto sono stati trasferiti oltre settanta pazienti, quelli che invece non potevano affrontare il trasferimento, restavano qui. Credimi, non esagero quando dico che a Marzo, in terapia intensiva, abbiamo visto praticamente solo persone morirci davanti agli occhi”.

 

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