Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

28 Febbraio 2019
RICCARDO BARONE:
LONTANO DAGLI OCCHI, LONTANO DAL CUORE

 

 

“Il weekend di scoppio della pandemia è stato particolare: il 21 febbraio, era un venerdì, stavo prendendo al mattino un volo per Taranto, dovevo assistere ad una conferenza per terminare il progetto di tesi. Mi ero procurato delle mascherine solo per precauzione e mentre la indossavo, poco prima di entrare in aeroporto, notavo un gruppo di persone che mi fissava con fare di scherno, come a dire: che cosa sta facendo?”

 

Riccardo ha appena discusso via web il suo master di laurea in metallurgia, lui che è un ingegnere gestionale specializzato in ingegneria industriale. La corona d’alloro è depositata sul tavolino accanto alla bottiglia di champagne e il vaso di gerbere rosse preparate dalla madre.

 

“Quel mattino ero fermo al check-in, controllavo il cellulare e una delle notifiche che mi è comparsa è stata: un contagio di Covid a Codogno. È stato uno schiaffo, il segnale che il virus era più vicino del previsto e a distanza di pochi giorni già si parlava di un possibile contagio in Acciaieria Arvedi dove lavoro come responsabile della pianificazione area a caldo.”

Anche i momenti di relax erano in realtà momenti d’attesa, istanti in cui si domandava come avrebbe dovuto comportarsi, se segnalare o meno la sua presenza, dunque lo spostamento da Cremona a Taranto. Non è più tornato a vivere dalla madre, Riccardo, ha salutato in fretta i nonni con cui è cresciuto, raccolto velocemente le sue cose per garantire la sicurezza a tutti quanti.

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Quando sono stato a trovare i nonni qualche giorno fa, ho capito che il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore” non è propriamente casuale."

 

“Io di solito non ricordo le date, le rimuovo completamente, invece martedì 25 sono arrivato in azienda avvolto da un’atmosfera assolutamente surreale, misurazione della febbre all’ingresso, mascherina, guanti, disinfettanti. Si sono attuati subito rigidissimi protocolli di sicurezza per tutelare la salute di ciascun dipendente e onestamente non so quante aziende si siano organizzate con così largo anticipo.”

 

Ora che il ciuffo ribelle sembra avere trovato pace, sistema gli occhiali, Riccardo. Sono la sua maschera, una maschera un pò particolare però, perché non nasconde nulla. Semmai gli permette di essere se stesso, sgravandolo dal peso, dall’imbarazzo che lo rosicchierebbe come un topolino fa con il legno, se non la indossasse.

 

“Ho sempre vissuto male i periodi di studio, l’ansia di fare le cose all’ultimo. Più che un bravo studente sono uno studente fortunato, ho sempre fatto la cicala, non la formica. Ma a inizio novembre mi sono forzato rinchiudendomi in casa, ho scritto nei ritagli di tempo, tornato dal lavoro, l’ho fatto di notte pur di portarmi avanti più possibile e sono riuscito a chiudere la tesi proprio nel week end in cui mi trovavo a Taranto. E questo è stato salvifico perché mi ha permesso nei mesi più difficili di distrarmi dal Covid che per molto tempo ho inteso come una specie di disfatta dell’umanità, ero nell’ottica del tanto moriremo tutti.” si guarda intorno, Riccardo, come a riabituarsi agli spazi, a questo luogo che è stato la sua casa per molti anni e che non frequentava da tre mesi. “Certo che ho sentito la mancanza delle mie abitudini, dei luoghi, della mia casa. Mi sono mancate persino le classiche discussioni da tavolo tra me e mia madre. Quando sono stato a trovare i nonni qualche giorno fa, ho capito che il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore” non è propriamente casuale. Sono entrato in cucina, mia nonna era seduta e stava rammendando. Tutto era rimasto identico intorno a me, non era cambiato nulla. Forse ero io ad essere cambiato. E ho avuto come la sensazione che quella che è stata per tanti anni la mia normalità, stesse diventando quasi una normalità a me estranea.”

 

 

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