La Biblioteca Palatina

23 Marzo 2023
La Biblioteca Palatina

E’ come ritrovarsi parte di un lungometraggio la cui scena principale, d’un tratto, si è fermata. Come se qualcuno avesse inavvertitamente pigiato il tasto “pausa” e tutto ciò che fino a poco fa era movimento e confusione, improvvisamente, all’interno di queste stanze, si ritrovasse a fare i conti con il silenzio, con un tempo indefinito che chiede solo d’essere accolto e rispettato.

 

Forse, anzi, quasi certamente, essere qui ha qualcosa a che fare con il mio personalissimo rapporto con il tempo. Con il tempo che passa e con la difficoltà, umana, di lasciarlo passare. Come se in mezzo a quello scorrere inesorabile si accendesse d’un tratto una luce ad illuminare un cielo tutto uguale. Una paura più rumorosa delle altre, quella di lasciar andare qualcosa, di perdere qualcosa, di dimenticare qualcosa.

La Biblioteca Palatina contenuta nel complesso monumentale de La Pilotta a Parma vanta un patrimonio di circa 800.000 volumi, di cui 6.600 manoscritti, 3.000 incunaboli, 15.000 cinquecentine, 75.000 lettere, 50.000 stampe che documentano l’arte incisoria dal quindicesimo al diciannovesimo secolo.

 

Dovrei cambiare prospettiva, credo. Dovrei guardarlo in faccia, questo tempo. E smetterla di affrontarlo a muso duro come fosse un nemico da stendere al tappeto. Perché ostinandosi a cercare la felicità in ogni piega della vita si finisce col dimenticare che la felicità è, molto più “semplicemente”, la somma di quelle pieghe.

La lampada di uno dei tavoli si accende, è un giovane appassionato di storia antica. Si guarda intorno mentre da una tasca del cappotto recupera il telefono e prende a filmare. Il Salone Maria Luigia questa mattina è accarezzato dalla bontà di raggi dei sole che filtrano dalle finestre fino a posarsi su cose e persone. Una luce intensa, quasi caravaggesca. I libri sono impilati ordinatamente negli scaffali separati da lesene corinzie in cui sono conservati 30.000 volumi.

 

Gli occhi puntati verso l’imponente soffitto tradiscono meraviglia. Al centro della volta, ornata a cassettoni e rosoni, è raffigurato Prometeo che, protetto da Minerva, rapisce dal carro del Sole la divina scintilla. La statua di Maria Luigia scolpita dal Canova, in fondo alla stanza, sembra quasi fissarci. E’ lì, testimone silenziosa di epoche profondamente mutate e delle storie che le hanno segnate.

 

Mi piace pensare che nonostante il ruolo delle biblioteche nel mezzo di questo scorrere e trascorrere senza pause sia profondamente mutato, ancora oggi studenti e appassionati, vengano qui, ad accarezzare luoghi in grado di costituire ponti, gallerie di collegamento, tra passato e presente.

La Galleria Petitot, deve il suo nome all’architetto francese che progettò la trasformazione del vecchio “corridore” farnesiano in deposito di libri e come sala di lettura. Andò quasi completamente distrutta durante il bombardamento del 1944 e fu ricostruita poi sulla base dei disegni originari.

 

A quest’ora del mattino la sala è avvolta dal silenzio, sulla porta d’ingresso della Galleria figura lo stemma dei Borboni e gli scaffali in noce sono illuminati solo parzialmente. La sensazione è quella di scivolare altrove. Non so esattamente dove ma altrove. Tre turiste inglesi, al termine della loro visita, chiedono alla guida di poter scattare alcune fotografie. Ripetono più volte un “fall in love” per nulla casuale. Dopotutto, credo, essere qui è un po’ come innamorarsi, ritrovarsi in maniera casuale (ma nemmeno troppo) ad inciampare dentro a qualcosa di inaspettato, fuori dal tempo. Che ti cambia per sempre.

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